Da anni la nostra regione è al centro di una grande fioritura cinematografica, essendo divenuta la Puglia, come è noto, una sorta di gigantesco set con attori, registi, produttori, tecnici pugliesi che si fanno valere in tutto il mondo per la loro professionalità e bravura. Nando Vatinno è parte integrante di questo movimento culturale tutto nostrano, ma con una sua distinta particolarità. Vatinno abbraccia una poetica artistica che potremmo, con un neologismo, definire “post-realista”; ovvero, fatti i debiti distinguo e proporzioni, egli ci appare come l’ erede morale di quella gloriosa generazione di cineasti italiani, a cui rispondono i nomi di Rossellini, De Sica, Visconti, e che nell’immediato dopoguerra abbandonarono i teatri di posa e scesero per le strade a filmare storie di fame, di disperazione, di angoscia, ma anche di intensa solidarietà e fratellanza verso i deboli e gli emarginati. Nel rutilante cinema contemporaneo, tutto fatto di glamour ed effetti speciali, la particolarità di Vatinno è tutta qui: il suo è autenticamente e appassionatamente un cinema di “strada”; e i luoghi, gli ambiti dove si insinua la sua cinepresa sono i caseggiati di periferia, i disadorni centri sociali, le capanne innalzate dai bambini sugli sterrati di quartiere. I volti, le facce che ritrae appartengono a gente povera e perduta: barboni, portatori di handicap, anziani soli, derelitta umanità perennemente offesa dalla spirale dell’indifferenza o della dimenticanza. L’adesione del regista a questo mondo di reietti è sincera, spontanea, totale; sicché possiamo parlare di Nando Vatinno regista tecnicamente dotato, ma soprattutto di uomo e artista profondamente impregnato di valori cristiani. Il suo è difatti cinema di alti valori etico-morali, ma non per questo pesante o farraginoso. Al contrario, visionando i suoi film scopriamo che sono intrisi di leggerezza; quella soave e felice leggerezza che appartiene ai puri, alla gente per bene, ai bambini, agli innocenti. Ecco perché malgrado le tematiche sociali tutt’altro che evasive, ci alziamo dalle poltrone un po’ più sereni, sebbene la commozione ci abbia reso umidi gli occhi e ci fa ancora battere forte il cuore.
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